Voto: 
8.8 / 10
Autore: 
Gioele Nasi
Genere: 
Etichetta: 
Prophecy Productions/Audioglob
Anno: 
2006
Line-Up: 

- Ilmari Issakainen – Batteria, Piano, Chitarra, Basso
- Tyko Saarikko – Voce, Piano, Harmonium, Sintetizzatori, Chitarra, Percussioni
- Ilkka Salminen – Voce, Chitarra, Basso, Harmonium, Percussioni


 

Tracklist: 


1. Varpuspäivä
2. Kuoppa
3. Kuulut Kesiin
4. Salain
5. Viimeiseen
6. Vähäinen Violetissa
7. Sarastuskäivijä
8. Maa Syttyy
9. Tuulenkaato
10. Aatos
11. Uuvu Oravan Luu
12. Rannalta Haettu
 

Tenhi

Maaäet

Maaäet, la nuova fatica dei finlandesi Tenhi, si è fatta attendere per ben quattro anni: tale è infatti il tempo passato dall’ultima release ufficiale dei finnici, il bianco full-lenght Väre. E in questi quattro anni il gruppo non ha certo perso lo smalto delle precedenti releases, anzi: le capacità del gruppo, ormai raffinatisi e perfezionatisi con l’esperienza accumulata, esplodono qui in tutta la propria composta raffinatezza.

Il folk acustico del gruppo incorpora ed elabora sempre più personalmente parti di Neofolk e Folk, Doom, musica Classica, Prog Rock, unite in atmosfere dal magico fascino. Rinnovata la fiducia al pianoforte come importante strumento d’accompagnamento nel suono Tenhi, elementi primari rimangono comunque le chitarre acustiche, sui volteggi delle quali s’inseriscono poi gli altri strumenti, tra cui gli intriganti violini, i flauti (come nella nona splendida Tuulenkaato) ed anche le voci di Tyko Saarikko e Ilkka Salminen, una più leggera, eterea e misteriosa, l’altra più roca, greve e “terrena”. La coppia ritmica basso/batteria tiene ritmi generalmente blandi e cadenzati, senza intervenire mai in modo massiccio nell’approccio acustico e rilassante impostato dalle chitarre.

Iniziamo: primo brano è Varpuspäivä.
Così come accadeva in Väre con Vastakujun, anche qui l’incipit è guidato da una batteria dal retrogusto Funeral Doom, lenta e trascinata, mentre chitarre liquide e un pianoforte gettano schizzi di colore sulla tavolozza dei nostri pensieri. Preparato lo sfondo, i Tenhi disegnano la melodia principale con un violino triste (fans dei primi Forest of Shadows, accorrete numerosi) e una voce da brividi, sempre più simile a quella di un anziano sciamano intento a raccontare di leggende perdute, nature morte e stagioni che si succedono le une alle altre.

Pianoforte e violini giocano, stanchi, fra loro, mentre le foglie secche s’accartocciano e rotolano nel sottobosco di un grigio pomeriggio invernale: gli interventi di pianoforte sono particolarmente azzeccati, ogni tocco delle mani sui tasti è fondamentale. Niente è superfluo, non vi sono passaggi ridondanti o troppe note che si accavallano tra loro – i Tenhi sanno dare la giusta importanza anche ai silenzi, alle pause, ai brividi che scorrono tra una vibrazione delle corde e l’altra.

E allora via, verso il cantato corale di Kuoppa, nella quale è protagonista un violino che profuma di folklore nordico, via verso la terza Kuulut Kesiin che in principio ricorda i magici connazionali Nest di “The Silvershade Lynx” in un paio di accordi: gli intrecci di chitarra sono qui sia ordito che trama per lo sviluppo della canzone, in passaggi che faranno rabbrividire i fans dei primi dischi degli Opeth: lo stridere delle corde contro il manico aumenta esponenzialmente l’atmosfera piacevolmente calda, un tepore rilassante nella quale si sprofonda più che volentieri.
La naturalezza estrema con cui avviene il cammino attraverso le tracce lo fa sembrare una corsa veloce: prendetevi quindi il tempo, la calma, la voglia per riuscire ad assaporare ogni singolo passo.

Proseguendo ascoltiamo Salain, “Senza Forma”, passiamo per la sesta, meravigliosa, Vähäinen Violetissa, ci attardiamo per goderci un’alba mozzafiato con gli archi ed il pianoforte della settima Sarastuskäivijä... Ogni momento è pregno d’atmosfera, autentica e sentita, ogni dipinto che osserviamo è un nuovo percorso in solitario fra le bellezze della natura.
La delicatezza della decima Aatos, due minuti e venti di estasi contemplativa, è il prologo per Uuvu Oravan Luu, in cui le reminiscenze di Vare si fanno più marcate: un basso scomodo, misterioso, rock, cupo, regge l’impalcatura raffinatissima di flauti e chitarre acustiche, che non riescono però mai a comunicare tranquillità: il paesaggio non presenta più connotazioni positive, appaiono elementi di disturbo, il ritratto è contaminato da una sensazione di disagio difficile da rendere a parole. L’atmosfera si distende però con il brano finale Rannalta Haetu, rappresentazione solare e magica di un nord emozionante, ogni tanto riconducibile ai momenti più caldi di The Mantle degli Agalloch. Ognuno può leggere la composizione in modo diverso: personalmente le immagini che mi comunica sono quelle di una foresta che s’affaccia su una spiaggia lacustre appena uscita da un temporale, con un accenno di sole che riscalda l’ambiente e acquieta le acque, e riesce a squarciare le tetre nubi del brano precedente, donando un senso di pace interiore che, ancora una volta, dovrete provare attraverso le vostre orecchie… Le mie parole non sono sufficienti.

Dodici canzoni, un’ora di musica. La vista di un brullo paesaggio d’inverno, il caldo di un falò acceso in una foresta millenaria, una barca che solca, solitaria, un lago immobile nelle sperdute profondità della Finlandia, la vista fugace degli animali che attraversano il vostro sentiero mentre camminate in un bosco fra i monti. Tutto questo, e molto di più, è il nuovo (capo)lavoro dei Tenhi.

La Musica aggiunge un nuovo, clamoroso gioiello alla propria scintillante ed infinita collana. Il suo nome? Maaäet.
Non perdetevelo.
 

NUOVE USCITE
Filastine & Nova
Post World Industries
Montauk
Labellascheggia
Paolo Spaccamonti & Ramon Moro
Dunque - Superbudda
Brucianuvole
Autoprod.
Crampo Eighteen
Autoprod..
BeWider
Autoprod..
Disemballerina
Minotauro
Accesso utente