Matthew Davies-Kreye - lead vocals
Kris Coombs-Roberts - guitar, backing vocals
Gavin Burrough - guitar, backing vocals (previously bass)
Ryan Richards - drums, unclean vocals
Richard Boucher - bass
1. "This Side of Brightness"
2. "Old Hymns"
3. "Front Row Seats to the End of the World"
4. "Sixteen"
5. "Aftertaste"
6. "Spinning Over the Island"
7. "Man Alive"
8. "Owls (Are Watching)"
9. "Damned If You Do, Dead If You Don't"
10. "Medicated"
11. "Broken Foundation"
12. "Welcome Home Armageddon"
Welcome Home Armageddon
I gallesi Funeral For a Friend sono stati uno dei gruppi cardine della scena emocore di inizi 2000. Il loro primo full length Casually Dressed & Deep in Conversation è ritenuto un disco seminale dagli appassionati, che ne apprezzarono, durante la terza wave della storia dell’emo, il connubio tra melodiche orecchiabili e aggressività hardcore. Negli album che hanno seguito la vena core è andata assottigliandosi sempre più, in un progressivo ammorbidimento del suono simile ad acts come i Finch, causando l’indignazione dei fan della prima ora. Almeno secondo last.fm, “nelle esibizioni live, i brani degli ultimi album vengono spesso snobbati dal pubblico, che torna a mostrare partecipazione e energia soltanto nelle esecuzioni dei brani storici della band”.
Il loro quinto album in studio, Welcome Home Armageddon, cerca di ripresentare, almeno in parte, l’anima più heavy del gruppo, affiancando alle strutture melodiche del punk rock/ emo americano e canadese da American Pie alcune digressioni che strizzano l’occhio all’hardcore. In realtà di hardcore qui ce n’è poco.
È vero che certi pezzi (Front Row Seats To the End of the World, Spinning Over the Island) esibiscono un’alternanza di screaming e parti di chitarra che strizzano l’occhio agli antecedenti heavy della band, ma l’impressione generale è quella di una proposta complessivamente volta più all’orecchiabilità che all’headbanging.
In ogni caso la resa complessiva dell’album risulta piacevole: i Funeral for a Friend, pur non brillando di originalità in quanto a songwriting, sono esperti e competenti, e allineano una serie di pezzi che si fanno ascoltare, cercando di non rinchiudersi in strutture troppo prevedibili, senza puntare con troppa faciloneria sulla linearità.
È indicativo che la ballad dell’album, Howls (Are Watching), sia uno dei pezzi più elaborati del’album, che nemmeno manca di pezzi coinvolgenti, come la opener Old Hymns, davvero catchy.
Nel complesso, l’ultimo lavoro dei gallesi, pur non perdendosi nella banalità grazie a una notevole orecchiabilità, si rivela però poco pretenzioso, e manca di quell’incisività e personalità che servirebbero a distinguerli in modo netto dalle altre band con cui condividono un genere piuttosto inflazionato. Si aspetta ancora un netto salto di qualità .